10 idee per continuare a tener botta ad una pandemia

26 Ott 20 | luoghi comuni

Non mi piacciono i vademecum del “cosa fare quando” perché penso semplifichino eccessivamente.

Le semplificazioni sono ottime quando spiegano come togliere una macchia di sugo, scaricare un programma sul PC o rimontare il sifone di un lavandino, ossia darsi un metodo per proceduralizzare un atto pratico, ma la psiche non funziona a procedure.

Semplificare questioni che riguardano la sfera emotiva, relazionale, identitaria, sentimentale, significa snaturarle e quando ci si allontana dalla natura di questioni delicate e infinitamente soggettive è difficile recuperare senso e utilità.  La complessità è reale e imparare a conviverci è la cosa più utile che possiamo fare.

Fatta questa premessa con voi e con me stessa penso che ci siano momenti che esigono idee organizzate in punti e forse quello che stiamo vivendo è uno di quelli.

Avevo pronto un altro post ma penso sia fuori luogo parlare d’altro. Ci sono urgenze che rendono molto difficile sintonizzarsi con qualunque altra cosa.

Allora, considerando la china discendente che abbiamo preso da un paio di settimane a questa parte in materia di restrizioni e senso di allarme percepito, correrò il rischio di semplificare organizzando alcune idee che penso possano essere d’aiuto per affrontare nel miglior modo possibile questo momento. Molti di questi temi li avevo affrontati durante il lockdown di primavera, li riprendo per punti e relativi link.

  1. La distrazione è buona cosa quando si sa da cosa ci si distrae. Prima di sconnetterci dal momento e tuffarci in una maratona netflix, conviene capire cosa si prova. Avevo affrontato la questione qui, a proposito di un piatto rotto. Penso valga ancora e di nuovo.
  2. Frazioniamo il tempo. Questo DPCM dura fino al 24 novembre. Guardiamo fino a lì. Non indugiamo in catastrofismi successivi. Ci sarà tempo per farlo, nel caso. Il pezzo della scorsa settimana, a proposito di incertezze e orizzonti sconfinati parla di questo.
  3. All’ansia non piace essere snobbata, urlerà più forte. Conviene interpellarla dandoci tempo e luogo per un dialogo. Cosa temiamo di più? Di perdere il lavoro? Non vedere i nostri cari? Rinchiudersi in casa da soli? Che nulla tornerà come prima? O è ancora più specifica? Potrebbe darsi che usi la breccia della pandemia per portare a galla questioni mimetizzate in una normalità che si è data alla macchia, proviamo a tendere l’orecchio anche a quelle. Perfino i compagni di viaggio più pedanti e incalzanti si tranquillizzano se si presta loro ascolto e, se non a tutto c’è una soluzione, farà avere le idee più chiare e mantenere quella lucidità che aiuta negli attacchi acuti di sconforto.
  4. Non sempre questi dialoghi possiamo farli da soli. Cerchiamo occasioni e persone per raccontare cosa capita, dentro e fuori di noi.
  5. Cominciare, riprendere o continuare un diario potrebbe essere una buona idea. La nostra vita mondana non sarà foriera di grandi avventure, considerando il caloroso invito a rimanere a casa, ma ci sono infinite sfumature interiori in una giornata che potrebbero meritare una descrizione. Le sorelle Bronte videro poco altro che non fosse la brughiera attraverso i vetri della loro casa natia eppure rivoluzionarono la narrativa vittoriana parlando di cose di cui nessuno aveva mai parlato prima, usando solo la loro lente interiore.
  6. Essere critici o polemici nei confronti delle misure adottate o di presunti colpevoli è fisiologico. Farlo troppo o costantemente è un segnale. Ne avevo parlato più diffusamente qui.
  7. Il fatto di essere ancora e di nuovo alle prese con un’emergenza, per quanto pre annunciata fa provare sconforto e preoccupazione anche peggiori della prima volta perché si è più stanchi e perché allontana nuovamente l’orizzonte del ritorno alla normalità. Rivolere la normalità è normale, ma siamo sicuri di rivolerla esattamente come prima? Ne avevo scritto qui facendo leva sulla metafora di una rana immersa nell’acqua che si adatta progressivamente a ciò che non va bene e si ritrova bollita invece che zompare fuori. E’ un esercizio che abbiamo già fatto, vero, ma per chi si fosse perso la lezione il covid è magnanimo da questo punto di vista: offre seconde occasioni.
  8. La cultura serve. Hanno chiuso cinema e teatri e questo ha lasciato molti piuttosto disorientati perché i contagi accertati in quei luoghi sono stati pochi e il tracciamento è più facile che altrove. Personalmente sono tra i disorientati ma, anche alla luce delle proteste che ne sono seguite, penso che se questo mese dovesse servire a farci intravedere l’abisso che si spalancherebbe in un mondo senza cinema e teatri sarebbe un mese ben speso: non è che prima ce l’avessimo sempre tutti chiaro (lavoratori del settore a parte).
  9. C’è una favola giapponese che racconta di due agricoltori che acquistano dei misteriosi semi in un mercato. Entrambi li seminano eppure, anche molto tempo dopo averli piantati ed essersene presi cura non succede nulla, così uno dei due si demoralizza e se ne dimentica, l’altro tiene duro e continua a concimarli, fino a che, finalmente, vede spuntare una fogliolina che nel giro di poco diventa un enorme bambù alto più di 30 metri. La morale è chiara: per vedere risultati non occorrono solamente intuizioni, ci vogliono pazienza, perseveranza e fiducia. Vale sempre, ma mi sembra tanto più utile ricordarlo ora che i semi dei nostri progetti sono immersi in un terreno tanto inquinato e precario.
  10. La decima cosa è un Grazie. Rispetto al lockdown, se in salute e non in isolamento o quarantena, posso ancora incontrare le persone dal vivo. E ne sono grata perché mi è mancato molto quando non potevamo farlo. Ciascuno mantiene i suoi motivi per dire grazie. Anche se detti con un filo di voce e circondati da preoccupazioni, nei momenti peggiori, aiutano a continuare a tenere il filo di noi in questo tempo strano.