A cosa serve capire?

30 Ago 20 | cose mie

Ogni volta che torno da un luogo diverso da quelli che mi sono famigliari sento un gran bisogno di saperne di più, di capire.

La spinta dura una settimana o due, alle volte di più, e in quel tempo conduco delle ricerche ordinate e disordinate per venire a capo di quello di cui ho fatto esperienza e che vorrei poter pensare meglio, ma mi mancano delle informazioni per poterlo fare.

Quest’ anno mi è successo con i Balcani.

In queste vacanze sono stata in Croazia in barca e lo skipper che ci ha condotto a spasso per le isole di fronte a Spalato era serbo. Aveva circa 20 anni negli anni ’90. Gli abbiamo fatto delle domande per cercare di collocarlo all’interno di quella vicenda storica e carpirne una testimonianza, ma l’argomento era difficile, il terreno sfuggente.

Alle volte le cose così vicine non si riescono a raccontare perché è difficile condurre uno straniero all’interno di quell’anticamera che serve ad entrare nella stanza della storia di cui si sta parlando, propria e collettiva. Così, nonostante D. non si sia tirato indietro dal rispondere, è rimasto tutto piuttosto fumoso e lontano.

Andavo alle medie quando si cominciò a parlare di guerra nei Balcani. Prima entrò nel lessico comune la Solvenia poi la Croazia, la Bosnia con l’assedio di Sarajevo, infine il Kosovo. Fu la prima volta che sentii parlare di caschi blu, crimini di guerra, tribunale dell’Aja, e pulizia etnica non in relazione all’Olocausto. Percepii un senso di enormità e gravità che ammanta ancora oggi, nella mia testa, la parola Balcani.

E sono tornata dal viaggio con il grande desiderio di capire come in un luogo e in un tempo così vicino a noi sia successo qualcosa di così grande e grave.

Così, tornata a Torino, prima ancora di disfare la valigia, già guardavo un programma di approfondimento della Rai della fine degli anni ’90 scovato in rete, intitolato “Jugoslavia: morte di una nazione”.

Un certo buon senso vorrebbe che ci si preparasse ad incontrare il nuovo prima di andarci, per educare lo sguardo e allenare il percorso, reale o mentale, ma ciò che ancora non ha impattato su di me non sollecita la mia curiosità. È solo dopo averne fatto esperienza che sento il bisogno di conoscerlo e capirlo per decodificare meglio le impressioni che ha lasciato dentro di me e le domande che ha fatto nascere.

Succede anche per le prefazioni di un libro o le recensioni di un film che leggo di norma dopo averlo letto o visto. Addirittura nelle escursioni in montagna guardo la cartina solo dopo. Fisso e rifisso nomi di colli, monti, valichi; le curve di livello acquisiscono senso, come le quote e i nomi dei monti che trovano finalmente una corrispondenza con quello che i miei occhi hanno visto. Erano lì anche prima ma non rispondevano a nessuna domanda e quindi non suscitavano interesse.

Capire è un processo messo in moto da una domanda senza la quale le informazioni, personali o sul mondo, cascano a terra come magneti su una superficie di plastica.

L’altro giorno un’amica mi raccontava comportamenti di una persona a lei vicina che le apparivano illogici, controproducenti, poco coerenti con il contesto. Le ho chiesto perché non esponesse a questa persona il suo punto di vista tentando di aprirle gli occhi. La mia amica mi ha risposto, con una semplicità che mi ha convinto, “Perché non me l’ha chiesto”.

Aprire gli occhi diventa necessario quando significa rispondere a delle domande.

Quella sensazione di imbarazzo e di curiosità che mi ha colto nei mari di Croazia, collegata a ricordi di 25 anni, fa ha fatto reazione come una pozione in laboratorio e dall’incontro di quelle sostanze è nata una domanda che mi ha messo in ricerca.

Dimmi e dimenticherò. Mostrami e ricorderò. Coinvolgimi e capirò*.

Questo il valore del viaggio inteso come esperienza. Metterci in quel luogo che non conosciamo, che funziona diversamente da ciò che ci fa inserire il pilota automatico, farci sentire sufficientemente scomodi da porci domande nuove per conoscere il fuori e il dentro.

Sufficientemente vivi da permetterci di capire.

 

*Benjamin Franklin