Adattarsi significa accontentarsi?

21 Giu 20 | cose mie, funzionamenti psicologici

Ho da poco preso un gatto, si chiama Pepe.

E’ un gatto affettuoso e docile e averlo con me è un’esperienza variegata. Mi intenerisce, mi fa ridere, mi incuriosisce e mi piace prendermene cura: controllare che abbia cibo e acqua, la lettiera pulita, un panno morbido e mai bagnato per sdraiarsi sul balcone e coccole quando rientro a casa, per ricambiare le fusa di felicità con cui mi accoglie.

Eppure c’è una crepa in questo idillio ed è dettata dalle sue aggressioni alle mie estremità – mani e piedi – che vengono scambiate dal solerte felino per un insidioso nemico da tenere a bada o per un gioco che lo simula.

Ne sono conseguenza una serie di, non proprio indolori, unghiate e morsi ed una quantità, non proprio irrisoria, di oggetti ammaccati o rotti perché buttati a terra in mancanza dello sfogo cercato sulle suddette parti anatomiche.

Questa situazione mi spazientisce, ma l’insofferenza viene presto mitigata dalla simpatia che mi suscita il suo muso curioso e tenace e dalla constatazione che un appartamento non è certo il suo contesto naturale.

Avrebbe bisogno di tetti e prati dove direzionare i suoi istinti predatori ma, non avendone a disposizione, re-indirizza le sue energie su quel che trova e quel che trova sono io.

Penso che agguati e graffi siano il risultato di un’incomprensione tra i suoi intenti e le mie reazioni.

Nel viaggio tra la sua natura e la mia l’incontro diventa malinteso.

Lui non vorrebbe ferirmi, io non vorrei frustrarlo, solo che io sono ricoperta di morbida pelle sensibile e lui ha una natura da predatore.

Mi dispiace non poterlo mettere nelle condizioni di vivere secondo natura e mi sento egoista a volere addomesticare a misura delle mie esigenze una creatura che è nata per vivere diversamente.

In questo mio cruccio morale mi vengono in aiuto i consigli delle sagge amiche gattare: “I gatti si adattano”.

La prima volta che mi è stata data questa risposta mi sono sentita immediatamente in pace. Era la risposta di cui avevo bisogno, quella che parlava alle mie inquietudini e mi faceva sentire in pace con me stessa e con Pepe.

Ma le inquietudini sono tenaci, quasi quanto Pepe, così che a poco a poco, la coperta della risposta è diventata corta e sono rispuntati i piedi (graffiati) del mio dubbio.

Si adattano perché la sicura e poco stimolante vita in appartamento è comunque preferibile alla dura vita di chi si procaccia cibo e vive senza una cuccia o perché siamo noi a pensare che sia meglio, coerentemente con le nostre scelte di gattari felici e accudenti?

Non è mia intenzione trasformare questo post in una riflessione sul rapporto uomo-animale (per quanto se tra i lettori c’è qualche esperto, sono ovviamente interessata a sentirne il parere) ma per, come di consueto, usare questa vicenda come una metafora.

Osservare Pepe in bilico tra comodità e costrizione mi fa riflettere sulla differenza tra adattarsi e accontentarsi.

Jean Piaget, uno psicologo svizzero, ha descritto l’adattamento come una sorta di danza in cui si alternano lo sforzo di integrare le informazioni nuove che arrivano dall’ambiente e il cambiamento delle nostre strutture mentali per effetto delle informazioni che abbiamo assimilato.

E’ un processo virtuoso perché ci consente di cambiare in una dinamica di scambio continuo tra noi e l’ambiente in cui, per accorgimenti progressivi, raggiungiamo un equilibrio.

Nel pensare a questa danza e a Pepe mi chiedo se, quando ci adattiamo, lo facciamo perché non abbiamo scelta e se adattarsi significhi accontentarsi.

Una parola che fa diventare tutto meno convincente perché considerata la strada intrapresa da chi molla, ma che forse denota invece la capacità di impegnarsi per far funzionare una situazione anziché andare alla ricerca di quelle condizioni che funzionino da sé.

Talvolta, a discapito del senso comune, accontentarsi significa scegliere, fare esperienza e andare avanti mentre la ricerca di una condizione migliore può diventare infinita trasformandosi in una non scelta.

Penso che la sifda sia capire quando ci accontentiamo per scegliere e quando lo facciamo perché non crediamo di meritarci di meglio.

Ancora una volta, nessuna ricetta passpartout: le risposte non hanno il bollino blu della garanzia e arrivano solo dalla conoscenza di noi stessi.

Pepe sta guardando le mie dita che battono veloci sui tasti: forse tra poco mi graffierà, forse si girerà e andrà a mangiarsi qualche crocchetta beandosi della sua noia. Non so dire cosa risponderebbe alle mie domande, per il momento lui mi fa le fusa quando rientro a casa ed io controllo che abbia cibo, cuccia e coccole; se litighiamo io scrivo un post e lui butta per terra un po’ di cose, il resto lo vedremo cammin facendo.