Anche lo spostamento è un luogo. Che ci manca

7 Dic 20 | funzionamenti psicologici

Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo.*

[Nelle zone rosse è vietato lo spostamento se non per motivi di lavoro, salute, etc..
Ci si può spostare all’interno del comune. Non ci si potrà spostare tra regioni dal 21 dicembre e il 6 gennaio.]

Una delle parole chiave di questa pandemia è spostamento.

Legato a questo concetto, c’è una cosa che mi stupisce sempre quando prendo un treno o un aereo (ho molto riflettuto sulla forma verbale da usare perché conseiderato il momento, il passato suonerebbe forse più pertinente, ma scelgo deliberatamente uno speranzoso tempo presente) ed è la quantità di  persone che si spostano con me.
Mi guardo intorno e comincio ad immaginare cosa possa portarle a percorrere la stessa tratta che sto percorrendo io. Sensazione analoga quando mi capita di vedere le tratte degli aerei che tessono trame fittissime di traiettorie sopra le nostre teste. Una quantità enorme di individui, in ogni momento, non è in nessun luogo perché si sta spostando da un luogo ad un altro. Un pezzo significativo della vita della maggior parte di noi è fatta di spostamenti da un luogo ad un altro.

E penso che una delle difficoltà non solo logistiche a cui questa emergenza ci sta costringendo è l’ assenza di spostamento o, per lo meno, la sua drasticissima riduzione.

Stiamo dove siamo. Lo spostamento è diventato, se non trasgressivo, molto complicato. Soggetto ad una quantità di regole che tolgono spontaneità all’azione e ne mettono in risalto una strumentalità che priva di significato il gesto perché spesso non ci si sposta per un motivo, ci si sposta per l’essenza stessa del movimento, per rimanere in equilibrio, come professa Einstein in quella celebre frase “La vita è come una bicicletta, si sta in equilibrio solo muovendosi”.

Spostarsi fa parte della vita. Non tutte le cose possono trovarsi in un solo posto. Persone, lavori, posti e cose da vedere, emozioni da vivere e modi di essere.

Quella che mi sento quando sono a Londra, per esempio non so essere da nessun’altra parte. Quello che provo quando scendo da un aereo e sono in un posto nuovo, completamente da scoprire, a partire dal tragitto che dall’aeroporto mi porta in centro città non è replicabile nella mia città. Ma anche il semplice viaggio in macchina per andare a trovare mio nipote è un tempo di vita a sè stante, una bolla dove il paesaggio che conosco a memoria incontra i miei pensieri e li accompagna fino alla meta.

Non abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno a portata di mano, nel nostro comune o regione. Ma anche ce l’avessimo forse non ce l’avremmo comunque. Mi spiego meglio: il viaggio è necessario perché il movimento è una dimensione della vita.

E ogni spostamento è un po’ un viaggio.
Il viaggio, d’altro canto, è un espediente narrativo usato da sempre. Il viaggio dell’eroe è quello che porta il protagonista da uno stato di quiete, attraverso la dimensione dell’avventura e della scoperta, ad un nuovo livello di consapevolezza e maturazione. Per aspera, ad astra. Attraverso gli ostacoli, alle stelle.

Una mia paziente recentemente mi ha detto che quando si sposta sta bene perché è in una dimensione in cui non è. Non è ancora arrivata. Non è dove era prima e non è ancora dove dovrà essere. Si sta muovendo, ci sta andando, ma non c’è ancora nessuna condizione permanente e sancita. Il luogo dello spostamento è il luogo del possibile, della promessa.

Lo spostamento serve per raggiungere persone care, ma anche per staccare, cambiare, mettersi nei piedi altre scarpe.

Elogio spesso la virtù di chi rimane. Rimane in contatto con una situazione, uno stato d’animo, un problema. In contatto con sé stesso. Eppure per poter scegliere di rimanere bisogna sapere di poter andare e questo, in questo momento ci è precluso.

Se c’è una cosa che lo spostamento facilita è l’avere una posizione meta, quella della consapevolezza di chi si osserva da una certa distanza. Ciò che ci impedisce di spostarci ostacola la conoscenza di una parte di noi.

Che fare, quindi, in attesa di potersi spostare di nuovo?

Fortunatamente c’è un aspetto del viaggio che non è letterale. Così come Socrate insegnava attraverso il suo metodo che la strada verso la libertà di essere se stessi non è rappresentata da una rivelazione definitiva, ma dal metodo stesso, dall’arte di navigare, così l’esercizio di conoscersi guardandosi a distanza deve essere preservato attraverso spostamenti in regioni interiori inesplorate.

Se non possiamo stare in equilibrio andando in bicicletta ci tocca usare una cyclette, mettendola però di fronte ad una finestra che ci permetta di nutrire l’immaginazione, ma che in controluce rifletta anche la nostra immagine. Per poterci chiedere dove veramente abbiamo desiderio di andare e non solo da cosa abbiamo bisogno di staccare.

 

*Robert Louis Stevenson