Ci vuole pazienza

29 Mar 20 | luoghi comuni

Mi viene chiesto che cosa suggerirei, come psicoterapeuta, per affrontare questo momento.
E’ una domanda a cui è difficile rispondere perché implica che ci siano risposte universali, ricette valide a prescindere dalle situazioni e dalle caratteristiche di ognuno. E non è così.

C’è chi vive in famiglia, chi in una famiglia affiatata e serena, chi in una disunita e conflittuale. C’è chi ha bimbi piccoli, chi adolescenti. Chi è in coppia, chi in una coppia che funziona e chi in una in crisi. C’è chi è single ed è abituato a stare da solo, chi aveva staccato il frigo per quanto poco spesso gli o le capitasse di cenare in casa. C’è chi abita in una casa con il giardino, chi in un monolocale. Chi è nella propria città e chi fuori sede. Chi sta continuando ad andare a lavorare, chi lavora da casa, chi è in “ferie”, in cassa integrazione o momentaneamente disoccupato. C’è chi sta bene e chi no. Chi ha parenti ammalati o in condizioni di rischio e chi sa che i propri cari sono al sicuro.
Le differenze potrebbero continuare a lungo.

E allora che ricette dare?

Molte ne stanno circolando nelle forme più svariate e creative: dirette FB, video-call, karaoke in remoto, meme e video che girano in chat per riderci su, solidarietà digitali, musei on line, corsi in streaming, yoga su youtube, prodezze gastronomiche, aperitivi su zoom, flashmob dai balconi, candele accese, libri, Netflix e Tg (tg pochi).

Non sono certo le idee su come passare il tempo a mancare.

Si vive anzi il curioso paradosso di scegliere cosa si vuole fare e non abbuffarsi di stimoli senza godersi appieno nulla, limitandosi a riempire il tempo.
Non è l’assenza di cose da fare il problema, ma l’atteggiamento con cui affrontiamo la sovversione delle nostre quotidianità, la costrizione di una vita fra quattro mura, la preoccupazione per il futuro.
C’è una parola che mi ronza in testa dal 10 marzo. L’unica con cui risponderei alla domanda iniziale, se non mi sembrasse poca cosa.

Una parola che racchiude nella sua essenza la profilassi da seguire per reagire allo sconforto, al disorientamento e alla preoccupazione.

In queste sere tutte uguali in cui dopo aver lavato i piatti, mi ritrovo a decidere tra un libro, una serie TV o una chiamata, nessuna delle quali è davvero ciò che vorrei fare; in queste sere così lontane da quelle in cui rientravo – tardi – per lavarmi i denti e dormire, in una sera di queste, la parola ha smesso di ronzare e si è palesata nella sua apparente banalità: pazienza.

Una parola che mi è sembrata più urgente che mai. Si è vestita di un significato che ha sempre avuto, ma che si è fatto più denso e necessario.
Ed è una necessità che accomuna tutti: chi è single, chi ha figli piccoli e instancabili e chi grandi e annoiati, chi è in città e chi è in campagna, chi lavora e vorrebbe poter stare a casa e chi sta a casa e vorrebbe poter uscire.

La pazienza predispone alla fatica e alla frustrazione.

E’ quella di cui ti devi dotare quando devi imparare a fare qualcosa. Un programma al computer, suonare il pianoforte, sciare, ballare, parlare una lingua straniera, fare un lavoro nuovo, impostare una funzione di excel.
Quella che ci devi mettere per riabilitare un arto dopo una frattura.
Quella che ti riporta al momento presente e non a quello che sarà, è stato o avrebbe potuto essere.

La pazienza è sapere che non è facile, non è scontato, non è subito.

La pazienza è quella che ti fa dire, con indulgenza, “Non mi viene naturale, ma posso farlo”, “Non sono capace, ho bisogno di tempo”.
E di tempo non è parca la quarantena.

Ci sono momenti di entusiasmo e momenti di sconforto. Quelli in cui ci sembra un regalo poter fare tutto con calma, leggere quel libro, attardarsi a letto, riaprire quel cassetto e quelli in cui non ti immagini come potresti resistere ancora un giorno, figuriamoci un mese, forse di più.
Nella tua pazienza è la tua anima” dicevano gli alchimisti alle prese con estenuanti e frustranti esperimenti. L’ho imparato leggendo il Codice dell’anima* e mi ha illuminato.

E allora davvero ci toccherà incontrarla la nostra anima. Indagarla, allenarla o ritrovarla mentre impariamo a trovare il nostro modo di stare in questa sospensione di vita che è essa stessa vita.

 

*James Hillman, Il Codice dell’Anima. Adelphi. Milano, 1997