Da sardine a pesci rossi

24 Mag 20 | luoghi comuni

Leghiamo l’emergenza psicologica legata al covid al trauma delle famiglie colpite da lutti, al burn out del personale sanitario e agli indesiderati sconvolgimenti di vita generati dal lockdown.

Eppure penso che ci sia un effetto altrettanto comune i cui effetti saranno visibili più sulla lunga distanza ed è quello che, per brevità, definirò Lo Sdoganamento del Ma-chi-me lo-fa-fare.

Non sono pochi coloro che hanno vissuto nelle condizioni di isolamento e confinamento imposte dall’emergenza una dimensione di ritrovato benessere coincidente la drastica calata, per non dire sparizione, dell’asticella delle prestazioni sociali.

Ci è stata data l’autorizzazione, anzi, l’imposizione del ritiro di investimento dal mondo esterno verso un mondo casalingo fatto di comodità sicure non solo per sé stessi ma anche per gli altri.

In un post precedente avevo parlato fa dell’opportunità che il rallentamento ci ha dato nel riconsiderare condizioni di vita che l’abitudine ci fa vivere come immutabili quando invece possono essere frutto di scelte.
Il ritiro di cui parlo ora è l’estremità opposta del continuum a cui mi riferivo allora e penso rappresenti un rischio altrettanto insidioso. Rispetto alla rana che si ritrova bollita perché intorpidendosi si dimentica di poter spiccare un salto e saltare via, così penso che stare troppo a lungo lontano da condizioni che richiedono impegno, presenza, attività possa generare l’ansia del ritorno. Ansia che può essere facilmente gestita, continuando a stare in quel passo indietro che ci è stato ordinato.

“In assenza di un rapporto continuo con la realtà esterna (e non solo con i propri cari), il soggetto può decidere (inconsciamente) di rinunciare ad ogni coinvolgimento, abbandonando tutti gli investimenti d’oggetto e chiudendosi così in modo autistico, fino a perdere il desiderio più fondamentale, quello che lo riaggancia alla vita” afferma Silvia Lippi in un articolo apparso sulla rivista on line Doppiozero.

Quanto è lontano ora il pensiero del movimento delle sardine, non solo per motivi di distanziamento fisico. E’ lontano il pensiero di un’esposizione in nome di una causa che non attiene alla nostra letterale sopravvivenza, ma a quella di un sistema di valori in cui ritrovarsi e per cui spendersi.

Mi riferisco ad un intorpidimento delle più elementari o evolute funzioni pubbliche e sociali.

Siamo passati dalla prolungata stazione eretta, quella delle sardine nelle piazze, al solco sul divano da stazionamento protratto.

E mi chiedo se questo stato di cose non abbia fatto smarrire il senso della partecipazione, non solo per manifestare ma anche e più semplicemente per incontrare l’altro, conosciuto e sconosciuto.

Da sciatrice ho sempre ironizzato sul fatto che il momento più bello di una giornata sulla neve è togliersi gli scarponi. Tale è il sollievo che la battuta è d’obbligo. Eppure è un sollievo figlio della pienezza di emozioni e sensazioni di una giornata in montagna, senza le quali la ritrovata comodità non avrebbe quel sapore.

Mi chiedo se uno degli effetti del lockdown non sia aver fatto perdere a qualcuno il senso di indossare gli scarponi nell’illusione che non ci sia nessun rischio e nulla di male a vivere solo di quel sollievo.
Niente più giornate sugli sci. Da oggi ci si godrà solo il momento delle morbide scarpe da ginnastica e la doccia calda del rientro. Tecnicamente non sarà un rientro, perché non saremo mai usciti, ma sono dettagli trascurabili se paragonati ai vantaggi personali e collettivi.

Le categorie di iper dinamici e pantofolai non le ha inventate la quarantena. Mi chiedo però se la quarantena non abbia spinto un po’ più in fondo la tendenza all’isolamento incentivandola e trasformandola in uno strumento di tutela collettiva.
“Se ami l’Italia, mantieni le distanze” diceva Conte in una delle sua conferenze stampa.

Si parla della sindrome da Hikikomori per gli adolescenti che si isolano dal mondo per ritirarsi in una quotidiniatà immobile per lo più nel chiuso di quattro mura. Ragazzi per i quali, come mi hanno raccontato alcuni studenti della scuola dove tengo lo sportello di ascolto, a parte la routine scolastica mattutina, le loro abitudini non sono state modificate dal lockdown. Comunicavano con comunità di gioco virtuali prima e hanno continuato a farlo dopo.

La sindrome da Hikikomori si presenta in adolescenza.

Non siamo ri-diventati tutti un po’ adolescenti in questi mesi in cui un padre stato ci imposto rigide regole al vivere, proteggendoci, ma anche de responsabilizzandoci?
Abbiamo vissuto in un ubi maior che ci ha sollevato dalle piccoli grandi battaglie quotidiane per il nostro posto nel mondo.

Il posto nel mondo è diventato, di necessità, casa nostra. Avventato, rischioso, addirittura illegale cercarne un altro.

Come se il lockdown ci avesse riportato a quella condizione di figli in cui sono altri a decidere. Si ha meno libertà, ma anche meno responsabilità.

Allora mi chiedo se il telefono del supporto psicologico di cui si è tanto e comprensibilmente parlato in questo periodo, debba suonare non tanto nel verso dello psicologo che viene chiamato da chi chiede aiuto, quanto nell’altro: dallo psicologo verso chi quel telefono forse l’ha silenziato per ridurlo a mezzo di navigazione in rete.
Un telefono che suoni come promemoria a ricordare che c’è un mondo fuori che ha in serbo opportunità e ricchezze, non solo virus e rischi. E che ha bisogno di responsabilità e partecipazione.