Eppure insieme è un’altra cosa

26 Apr 20 | luoghi comuni

Stiamo tutti estendendo la nostra famigliarità con le app e le piattaforme che consentono di “riunirsi” virtualmente, ciascuno a casa propria, parlando, lavorando, cantando, giocando, mascherandosi, addirittura facendo una regata virtuale in barca a vela.

“Se fosse successo qualche anno fa sarebbe stato peggio” è una frase che dico e sento dire spesso.

Tanto quanto il generale accordo sul fatto che vedersi attraverso uno schermo non equivalga ad incontrarsi dal vivo.

Quando arriva quel clic che spegne il monitor organizzato in riquadri, ogni riquadro una faccia, la sensazione che rimane non è la stessa di quando ti rimetti in macchina per tornare a casa dopo una giornata con amici o quando rientri dopo una cena fuori in compagnia, ma quella posticcia di un “come se”; abbiamo fatto come se fossimo insieme. La stanza che torna vuota e silenziosa, una volta che distogliamo gli occhi dal monitor ci ricorda che è andata in scena una rappresentazione di socialità, non una vera socialità.
Perché? Cosa rende il parlare, ridere, scherzare, vedersi, confidarsi, riunirsi non la stessa cosa del fare tutte queste cose su messenger o zoom?
Domanda che, spingendosi ancora più in là, diventa: qual è l’ingrediente segreto della socialità?

Di cosa è fatta la parola insieme?

Il primo termine che arriva a farsi carico del punto interrogativo, come il testimone di una staffetta che porta il ragionamento un po’ più in là, è CORPO, seguita a stretto giro da ESPERIENZA. La terza a legarle: CONDIVISIONE.
I nostri corpi hanno competenze per comunicare che le parole non hanno e sono inevitabilmente mortificati da un canale che rimpicciolisce, ritarda, frammenta, sfuoca e talvolta disconnette.
Le parole sono il precipitato di pensieri, sensazioni e emozioni che cercano nella parola un simbolo per uscire da noi e arrivare a qualcun altro. Sono indispensabili e definiscono chi siamo, ma utilizzano altri canali e generano altri tipi di esperienze. Nel tempo in cui una parola fa il suo viaggio, il linguaggio del corpo è andato e tornato un paio di volte almeno.

Le parole possono andare più in profondità, ma un contatto con il corpo è più intenso. Senti cose che ti fanno pensare invece di pensare cose che ti fanno sentire.

In un testo* di parecchi anni fa Umberto Galimberti scrive, a questo proposito, che noi facciamo esperienza del mondo prima di tutto attraverso il corpo che esprime, nella stazione eretta, la prima dichiarazione d’intenti: “Siamo eretti non per la meccanica dello scheletro, o per la regolazione nervosa del tono (queste sono piuttosto conseguenze), ma perché siamo impegnati in un mondo”.
Va da sè che sia piuttosto naturale sperimentare frustrazione in un mondo di cui stiamo facendo, dal 10 marzo a questa parte, molta poca esperienza e per cui la nostra stessa conformazione è quasi sprecata.

“Il significato delle mie mani non è nella loro natura scheletrica, muscolare e nervosa, ma negli oggetti che riesco ad afferrare ed in quelli che mi sfuggono; la potenza ambulatoria delle mie gambe non è nella loro posizione anatomica, ma nelle cose che voglio raggiungere e in quelle da cui voglio fuggire”, ragione per cui se voglio disporre del mio corpo “non è sufficiente una perfetta organizzazione anatomica e fisiologica ma è necessario un mondo dove il corpo possa muoversi ed esprimersi con senso.”
Il corpo ci permette di fare esperienza.

Fare esperienza senza il corpo è un po’ come imparare a nuotare senza entrare in acqua. Possiamo fare quei movimenti con gli arti anche all’asciutto, ma sono movimenti astratti e inutili perché non c’è il mare che conferisce loro il senso.

Alla luce di ciò è chiaro come l’esperienza di un incontro in chat, per quanto rappresenti un’eccellente alternativa all’assenza di contatti, mortifichi aspetti che si esprimono liberamente nello stare insieme in una condivisione non solo di tempo, ma anche di spazio.

Stare insieme implica potersi abbracciare, baciare, darsi la mano, o anche solo toccare una spalla, sfiorarci, scegliere il posto a tavola, accostare il viso per ascoltare meglio, avvicinarci, ritrarci, stare in disparte, tornare.
Tutti gesti che veicolano messaggi che vengono colti prima ancora di essere compresi.
Sono contento di vederti, mi dispiace per te, ci sono, mi sto annoiando, mi interessa, non capisco: i gesti ci permettono di dirlo più velocemente e più intensamente delle parole.
La consapevolezza arriva a conti fatti e non deve precedere un’esternazione verbale che normalmente implica un’intenzionalità a dire, ad esprimere.
Anche se sono frequenti i casi di aperture di bocche senza aver prima attivato il cervello (di uno in particolare si sta parlando parecchio in questi giorni), dovrebbe essere l’eccezione ad una regola che vede nel corpo un medium più spontaneo e inconsapevole della parola.

Non condividere la compresenza dei nostri corpi nello stesso spazio fisico, se con la tecnologia, non significa che non possiamo comunicare, ma che lo possiamo fare diversamente, dando e ricevendo meno informazioni alla mappa che ci colloca dentro ad un’esperienza condivisa.

Paradossalmente stiamo sacrificando anche il silenzio. Quello che accompagna un abbraccio, fa da sfondo ad un tramonto, segue un brindisi, scandisce una camminata in montagna, fa sedimentare un’affermazione inaspettata. Stare insieme non è solo avere cose da dirsi, ma condividere momenti che diventano terreno fertile su cui germogliano idee e pensieri che poi, spesso, sentiamo il bisogno di comunicarci.

Per concludere, bisogna tuttavia riconoscere che c’è un aspetto in cui le chat di gruppo primeggiano rispetto al vis-a-vis ed è educarci alle regole di conversazione: non sovrapporre le voci, attendere il proprio turno, non parlare sopra ad altri, disattivare il microfono quando si è in silenzio, non occupare tutto lo spazio.

Eppure, come con tutti gli educatori, ci si convive bene per un tempo limitato. Ricevuto il messaggio è naturale voler fare senza; magari sbagliare, non trattenersi, capire male, ripetersi, infastidirsi per poi ripartire. Sporcare il dialogo e sporcarsi le mani nel dialogo per renderlo vivo: in questi tempi di mascherine e disinfettanti, almeno quello, non asettico.

Termino questo post il giorno della liberazione e mai come quest’anno la libertà che desidero è quella di espressione attraverso un corpo in movimento che fa esperienza, comunica, si sposta e dà sostanza alla parola insieme.

 

*Umberto Galimberti, Il Corpo. Feltrinelli. Milano, 1983.