Ho lasciato andare quello che non riuscivo a lasciar perdere.

15 Feb 20 | funzionamenti psicologici, luoghi comuni

“Ho lasciato andare”.
“Ho lasciato perdere”.

Riflettevo di recente su queste due espressioni, così simili da sembrare equivalenti; eppure qualcosa non tornava nel pensarle intercambiabili. Usare una o usare l’altra dava alla frase un significato che mi sembrava molto diverso.

Così ho srotolato il pensiero.

Lasciar andare qualcosa, come la bambina di Bansky che fa volar via il palloncino, implica accettazione per la natura delle cose.

Un palloncino, se lo lasci andare, vola via, non rimane attaccato alla mano, perché la sua natura e il suo destino – inteso anche letteralmente come destinazione – è salire, non rimanere a mezzo metro da terra, un passo dopo l’altro.
La bambina lo guarda curiosa come chi si stupisce di un modo di essere così diverso eppure lascia che sia.

Uno stato d’animo che include la diversità e la accoglie lasciandola libera di essere. Diversità di strade, di punti di vista, di destini, di opinioni. Non lo lega a sé per paura né le volta le spalle per l’offesa di non essere qualcuno o qualcosa che rimane vicino. Accetta che le cose siano come sono, accetta di non poterle controllare, forgiare, possedere, cambiare.

Ed è un atteggiamento che crea un paradosso perché è proprio quando lascio andare che mi avvicino.

Mi avvicino perché quando non sono vincolato da paura o bisogno sono libero di coltivare curiosità per ciò o chi funziona diversamente da me. Nel caso sia un chi, quel palloncino che lasciamo che vada, la vicinanza che si crea è data non solo dallo stato d’animo di chi lascia andare ma anche da chi, lasciato libero di essere, può abbassare le difese perché non sente il rischio di voler essere controllato, imbrigliato, educato e può mostrarsi senza maschere.

Lasciar andare è la premessa a quella curiosità che rende possibile la conoscenza e la consapevolezza, anche di noi stessi.

Come quando andando in viaggio prendiamo consapevolezza delle nostre abitudini perché sono diverse da quelle degli altri. Gli orari di pranzo e cena, i modi di salutarsi, di lavorare, di abitare, le convenzioni sociali. Il viaggio è per eccellenza un incontro guidato da libera e gioiosa curiosità e diverte perché fa conoscere il paese e noi che lo incontriamo. Bateson diceva che l’informazione nasce sempre da una differenza. Una differenza tra ciò che era prima ed è adesso, tra cosa sono io cosa sei tu. E’ grazie all’informazione che nasce dall’incontro tra due entità diverse che è possibile la conoscenza. Sembra un sofismo ma è in realtà una cosa assai semplice.
Ma sono andata fuori tema. Stavo elogiando le virtuose conseguenze del lasciar andare. La riflessione che ha generato l’elogio nasce invece dalla differenza che penso ci sia con il lasciar perdere.
Il lasciar andare quando arriva, è naturale e per questo pacifica, distende.

Il lasciar perdere ha bisogno di un movimento più brusco, ha bisogno di distanza, ha bisogno di fermezza, di opposizione; quelle che danno normalmente l’insofferenza, la delusione, la rabbia.

Il lasciar perdere nasce dalla volontà di mettere una distanza da chi o cosa non si riesce a capire e che nella sua diversità ci delude o ci ferisce.
Lascio perdere perché mi sono stufata. Lascio perdere perché non ce la faccio più. Lascio perdere perché non ha senso. Lascio perdere perché qualcosa o qualcuno non merita le mie energie.
Movimento virtuoso, doloroso, ogni tanto necessario per andare avanti.

Eppure penso che talvolta nel lasciar perdere perdiamo anche un’opportunità.

Succede quando voltiamo le spalle a quella parte di noi che aveva deciso di provarci. In tal caso, la distanza la mettiamo con noi stessi e con il nostro desiderio. Lasciamo perdere ciò che non riusciamo a lasciar andare. Il rischio è di ritrovarsi incastrati in un rimpallo infinito tra ciò che è ragionevole (allontanarsi) e ciò che voglio (rimanere). Ci si allontana per mille buone ragioni e si ritorna perché non se ne può fare a meno.
In quel caso, meglio non lasciar perdere. Meglio continuare quella relazione, quel lavoro, quel progetto, non perché meritino loro ma perché meriti tu. Meriti di rimanere in contatto con ciò che desideri e di capire perché lo desideri.

Meriti di non lasciar perdere, per poi infine capire quando è possibile lasciar andare.