Il paziente uomo e il paziente mondo

12 Apr 20 | luoghi comuni

Direttamente proporzionale alla mia mancanza di contatto con la natura, è il conforto per ciò che questa astinenza dell’uomo dall’utilizzo di risorse del pianeta sta facendo a mari, terre, piante e animali.

Circolano video e notizie di cerbiatti che giocano con le onde, capre selvatiche che arrivano fino ai bordi delle città, panda che si riproducono, aquile che svettano in cieli tersi.

Il clima, mai così mite e sereno nella settimana di Pasqua, pare una beffa, ma anche una logica parte di questa storia parallela; un segnale, se ancora non ci fosse chiaro, che il mondo va avanti anche senza i nostri piani per Pasquetta.

La natura riprende terreno, rifiata, ritrova spazio per esprimere sé stessa.

Nello scacchiere del mondo l’uomo da master si è fatto pedina.

“Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”

L’ho letta per la prima volta scritta a pennarello su di un lenzuolo appeso ad un balcone, tra un arcobaleno e l’altro, mentre aspettavo di entrare al supermercato.

Ho passato il resto del tempo in coda a chiedermi a quale normalità problematica si riferisse. Non che prima pensassi che il Friday for future fosse una trovata di una ragazzina esaltata, ma mi sfuggiva il nesso con il covid-19; per questo lo slogan mi era parso eccessivo nella sua durezza.

Le ho attribuito il significato di una iper assunzione di responsabilità dettata dalla frustrazione dell’impotenza di avere a che fare con un’entità contro la quale non possiamo che chiuderci a guscio per non soccombere in massa. L’alternativa al prendersela con il runner, all’interno di quella stessa logica che, senza colpevoli, non sa stare.

Qualche giorno dopo, su suggerimento di un caro amico, ho letto un articolo di Ángel Luis Lara, tradotto e pubblicato dal Manifesto.

Pur essendo lungo, è stata una lettura scorrevole e chiara come tutte le cose scritte così bene da fare sembrare semplici concetti e ragionamenti complessi.

Leggendolo mi risuonavano i versi della poesia della Gualtieri, di cui parlai qualche settimana.

Linguaggi diversi per arrivare ad un medesimo messaggio, un giornalista e una poetessa: assurdo e molto logico al tempo stesso. Come due amici le cui strade si separano, ma il loro destino non è dividersi, solo percorrere sentieri diversi per poi ritrovarsi.

Partendo da tesi scientifiche Ángel Luis Lara argomenta come il dilagare del coronavirus sia una conseguenza, nemmeno così inattesa, di una certa piega che hanno preso i rapporti tra uomo e natura in virtù delle priorità che la nostra specie si è data.

Mette in guardia dal considerare quanto ci sta accadendo un fenomeno sfortunato e occasionale, quanto piuttosto il primo di un serie di potenziali corto circuiti, se la logica continua ad essere quella del massimo profitto al di sopra di tutto e tutti.

Ad ogni corpo che fa ammalare, il virus sottolinea la linea di continuità tra la sua origine e la qualità di un modo di vita incompatibile con la vita stessa. In questo senso, per paradossale che sembri, affrontiamo un patogeno dolorosamente virtuoso.”

Il giornalista prosegue dicendo che la metafora della guerra più che per lo stato di emergenza in cui ci troviamo, è opportuna per descrivere lo stato di cose in essere già da tempo, riferendosi alle scelte miopi che stiamo portando avanti in materia di sfruttamento dell’ecosistema, e conclude con una speranza: “Chissà che il desiderio di vivere non ci renda capaci della creatività e  della determinazione per costruire collettivamente l’esorcismo di cui abbiamo bisogno”. Si appella ai popoli e non ai governi dacché stiamo vivendo il curioso paradosso di vivere in condizioni che ci isolano, ma che ci accomunano, ricordandoci la nostra comunanza di sorte in quanto specie. (“Come specie di dobbiamo pensare”).

La lettura di questo articolo ha chiuso il cerchio rispetto ai miei dubbi in coda al supermercato e, subito dopo, sollecitata da una presa di posizione così assertiva e convincente, mi sono ritrovata  pensare alla nostra specie umana, chiedendomi come siamo potuti arrivare a farci così male.

Ho cercato risposta nel paragone con altre specie animali che hanno meccanismi regolatori molto più umili ed intelligenti, pur essendo noi la specie evoluta.

E mi è venuto spontaneo paragonare la nostra specie ad un adolescente difficile; uno di quelli con creatività e sensibilità fuori dal comune, ma con manie di grandezza, tendenze auto distruttive e disregolazione degli impulsi a cui, da bambino, hanno diagnosticato un disturbo dell’attenzione e iper attività.

Capace di scolpire la pietà di Michelangelo, scoprire la penicillina, innamorarsi, come di concepire lo schiavismo, l’allevamento intensivo, le armi di distruzione di massa.

Se questo adolescente fosse un paziente, sarebbe una terapia lunga e difficile, con grandi passi in avanti alternati a brusche ricadute.

Sarebbe difficile tenere il setting. Il paziente-specie umana salterebbe molte sedute senza avvisare per poi, in momenti di crisi, tipo pandemia, chiedere aiuto, fare passi avanti e arrivare ad intuizioni sorprendenti.

Ad un certo punto, forse, vorrei incontrare i genitori.

Mi siederei comoda in poltrona curiosa di conoscere la Natura e, dopo averla ascoltata, constatato l’amore smisurato, le ricorderei che l’affetto si esprime anche attraverso delle regole che la inviterei a dare.

Immagino mi risponderebbe che è proprio quello che facendo.