Il tempo necessario e il tè delle cinque.

13 Set 20 | cose mie, luoghi comuni

“Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io” disse il Cappellaio, agitando sprezzante il capo. ” Scommetto che non ci hai nemmeno parlato, col Tempo!”.*

 

Ci vuole del tempo perché le cose cambino, per adattarsi ad una situazione, per maturare una decisione, per capire qualcosa o qualcuno, per cambiare un’abitudine o per dimenticare.

Ma quanto tempo? E perché?

Riflettendo sulla questione mi sono resa conto che la metafora che mi è congeniale per parlarne è il mio modo di scrivere.

Quando ho cominciato a tenere questo blog, qualche mesa fa, vivevo molte frustrazioni dovute al fatto che non riuscivo a stare in quello che mi aspettavo fosse il tempo giusto per scrivere un post. O meglio, il tempo sommato poteva anche risultare analogo a quello immaginato, ma distribuito su un numero di ore/giorni molto maggiore di quello che nella mia testa era ragionevole; consideravo così un mio funzionamento un deficit, ossia un mal funzionamento.

Nel tempo (per l’appunto) ho capito che la miccia che mi fa venire voglia di scrivere di un argomento è molto lontana dall’esplosione del ragionamento.

Con esplosione intendo sia trattazione, lo sviluppo del concetto, che deflagrazione, ossia il punto di arrivo di quel pezzo di pensiero che rappresenta la chiusura del cerchio di ciò che, scrivendo, cerco di rendere più chiaro a me e a chi mi legge.

Mettere le parole nero su bianco fa srotolare il pensiero e lo porta su sentieri suoi. La miccia è quella cosa che si incastra nei pensieri e dà vita ad una domanda.

Quello che scrivo è il risultato di un inseguimento che procede per accellerate, arresti, smarrimenti e cambi di percorso.

Affinchè questo avvenga ogni passo va assimilato: cerco un’informazione su internet, che me ne apre di nuove. Penso ad un libro o ad un film che contiene quella scena che mi sembra rappresenti un’esemplificazione perfetta di ciò che voglio dire, ma la storia va in una direzione che mi fa percorrere sentieri inesplorati, collego parole, immagini, idee. Capita anche che l’oggetto del post sia diverso da quello con cui sono partita e mi ritrovi alla fine a cambiare titolo.

Ogni cambio di rotta incontra una piccola resistenza che ha tutta l’aria di pigrizia anche se intuisco che pigrizia sia solo un nome per qualcosa che ha radici più profonde.

La resistenza impone quasi sempre un arresto, un piccolo calo di motivazione che coincide con me che mi alzo dalla sedia, mi bevo un bicchier d’acqua, vado a prendermi un gelato o rimango al PC, ma evado sui social. Alle volte la resistenza ha esigenze anche maggiori. Ci vogliono ore o un paio di giorni per fare in modo che si ammorbidisca e mi lasci tornare davanti alla pagina di word e continuare a scrivere.

Insomma la genesi del mio punto di vista non è lineare; procede a balzelli e ogni balzello è una piccola novità che quando viene assimilata, dà benzina alla mia creatività e non può essere più di tanto addomesticata.

E così, frase dopo frase, pensiero dopo pensiero, non solo il mio post arriva alla fine cambiato dall’inizio, ma approdo cambiata anche io.

Ed è un cambiamento che va avanti anche dopo, quando lo condivido sui social o ne parlo a qualcuno.

La redazione terapeutica settimanale è insomma possibile perché tra le ricette dell’impasto c’è il giusto tempo. E con giusto intendo anche non troppo, tale da perdere il filo dei miei pensieri e archiviare l’argomento a metà.

Quando qualcosa accade troppo velocemente e propone una cosa diversa da quelle a cui eravamo abituati, capita un po’ come con i miei post: opponiamo resistenza. Ci va il giusto tempo per non scambiare la novità con un minaccia o un’inutile fatica.

I processi vanno accompagnati, assimilati e, nell’impasto di qualsiasi cambiamento, c’è un ingrediente segreto che è il tempo necessario.

Quanto non si sa ma, se si sta sintonizzati e non ci si litiga, come ha fatto il cappellaio matto di Alice nel Paese delle meraviglie, sarà quello giusto e non si finirà intrappolati in un eterno the delle cinque.**

 

*Carrol L., Alice nel Paese delle Meraviglie, 1978. Einaudi Editore. Torino

**Nell’episodio citato il Cappellaio Matto e la Lepre di Marzo, avendo litigato con il Tempo, sono rimasti intrappolati in un eterno tè delle cinque.