Istruzioni di conflitto per amanti dell’armonia.

13 Lug 20 | funzionamenti psicologici

Gli amanti dell’armonia rifuggono il conflitto come il rumore di un’unghia sulla lavagna, come una macchia di inchiostro in un acquerello, come un condominio anni 70 in una piazza di palazzi d’epoca, come il fischio del microfono durante un concerto.

Potrei continuare a lungo, sono feconda di metafore sul tema perché appartengo alla categoria.
Il conflitto è quell’evento che fa perdere il ritmo.
Quando, danzando, si va fuori tempo, non è immediato rimettersi a ballare perché la mente rimane a quel passo sbagliato, a cercare di capire come sia accaduto piuttosto che sintonizzarsi con la musica per tornare a ballare. Ci si infastidisce con le note che non aspettano per darci il tempo di tornare nel flusso di musica e movimento.

Ciò che fino ad un momento prima avveniva naturalmente ha bisogno di sforzi e tempo per tornare a succedere.

Eppure non amare il conflitto non significa non essere capaci di generarlo o non averne bisogno.

Anzi, spesso sono proprio gli amanti dell’armonia ad alimentarlo inconsapevolmente perché, per ammorbidire ogni parte del processo, mimetizzano i segnali della diramazione che porterà alla divergenza fino a che, per sentirsi, occorre urlare.

E quando si urla, sull’onda di un’urgenza emotiva che era già lì, ma aveva altri nomi e sembianze, quella carica virulenta esce fuori in parole frastornate e ignote.
Gli amanti dell’armonia non hanno dimestichezza con la terra del conflitto e, quando non riescono ad evitarlo, lo abitano con goffaggine. Si ritrovano le chiavi in mano di una fuoriserie con motore roboante e serbatoio pieno, senza un posto dove andare.

Non c’è destinazione desiderata nel conflitto, per gli amanti dell’armonia, tranne la voglia di essere compresi.

Al di là di quello che si dice, è ciò che si sente a frastornare. Quelle chitarre distorte non c’entrano nulla con il quartetto d’archi che suonava prima.
Il conflitto si genera allora al servizio di un’emozione che prende il sopravvento e cancella tutto il resto; il pensiero laterale sparisce e rimane una visione monofocale del mondo, dominata dalle proprie ragioni.

Quando l’onda emotiva si ritira anche le ragioni del conflitto vengono meno e ci si ritrova a non capire bene cosa sia successo, ma con una gran voglia di ripristinare la condizione di armonia, preoccupati di non aver rotto nulla.

Si minimizza l’accaduto e lo si confina lontano da sè per paura di tornare ad armeggiare quella sostanza incandescente e indisciplinata.

Il rischio di guardare al conflitto in questo modo è perdere l’occasione di cucire insieme i pezzi di ciò che è avvenuto e dargli significato e le dissonanze, ignorate, facilmente torneranno a prendere il sopravvento.

La fretta di uscire da quel territorio sconosciuto e inospitale significa non dare valore alle ragioni proprie e altrui che hanno portato lì; passare oltre senza integrarle in una storia.

La narrazione stenta perché la disarmonia si appiana, ma non si ha più chiaro quale avamposto si stava difendendo: quello delle proprie ragioni o la voglia di prevalere? Portare avanti ciò in cui si crede o cambiare l’altro nei suoi errori che ci paiono la fonte di tutti i problemi?

Il desiderio di venire compresi è spesso alla base del bisogno di entrare in collisione, così come la paura di perdere identità smarrendo il proprio punto di vista per adottare quello dell’altro.
Perché un incontro, o scontro, sia realmente più della somma delle parti che lo compongono è necessario rimanere connessi a ciò che si sente e vuole per un tempo più lungo della fiammata del combustibile emotivo;  e disposti ad ascoltare l’altro, non limitandosi a fare silenzio il tempo necessario a garantire il turno di parola, ma abbandonando la roccaforte della propria idea quel tanto che permette di conoscere le ragioni dell’idea altrui, fiduciosi che, anche se non la si presidia con rilanci e precisazioni per 5 o 10 minuti, non si scioglierà come neve al sole.

E allora il conflitto può essere uno scatto di crescita, per sé e per il rapporto con la persona con cui avviene e mettere in connessione autentica ciò che era connesso solo apparentemente.  

Perché, per concludere con parole non mie, “Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che abbiamo rimosso e abbandonato come una anomalia inammissibile. Si tratta di capire in che modo l’essere umano, l’essere umano così com’è, l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità, possa costruire le condizioni di un vivere comune ‘malgrado’ il conflitto e anzi ‘attraverso’ il conflitto, mettendo fine al sogno o all’incubo di chi vorrebbe eliminare tutto ciò che vi è in lui di ingovernabile“.*

*Benasayag M., Del Rey A., Elogio del Conflitto. Feltrinelli, Milano 2008.