La faccia multiforme della pigrizia

21 Set 20 | funzionamenti psicologici

E’ pigrizia quando non ho voglia.

Ma è pigrizia anche quando non ci credo.

Quando non voglio.

Quando sono stanco.

Quando ho paura.

Quando faccio fatica.

Quando sono timido.

Quando so che devo, ma non riesco.

Quando oppongo resistenza.

Quando  ruggiscono dei no che si oppongono al buon senso che dice si.

Con ogni probabilità l’elenco soprastante è fatto di sinonimi, modi diversi per descrivere lo stesso fenomeno: quello stato d’animo che rende difficile l’azione.

Mi chiedo però quando si è di fronte alla pigrizia nella sua forma essenziale, pura, primigenia e quando non sia piuttosto un principio esplicativo basato su ciò che si può osservare dall’esterno ma che, visto dall’interno, avrebbe ben altri nomi: negazione, resistenza, difficoltà ad impegnarsi, mancanza di autostima. Paura.

Quando è davvero pigrizia? Il distillato puro di quella materia che fa sembrare lontanissimo un telecomando o irresistibile una scatoletta di tonno quando è ora di cucinare.

Come spesso accade, quando rifletto su un concetto vado a cercare chi e perché abbia scelto per quel fenomeno proprio quella parola.

Nel caso di pigro la ricerca non è stata così foriera di illuminazioni. Deriva dal latino piger, stessa radice di pingue. Nozione che ho accolto con un deluso “Ah.”

Però, a ben cercare, qualcosa di interessante l’ho trovato ed è peritarsi: una parola affine etimologicamente a pigro, che significa indugiare. Ossia attendere per comprendere più a fondo e fare meglio.

La pigrizia, insomma, è parente stretta del perfezionismo, ancorché inconsapevole. Quello che fa posticipare le azioni a data da destinarsi: la data del giorno senza dubbi dove tutti gli imprevisti saranno stati previsti e sottoposti a procedura certificata dal supremo garante dell’Andrà Tutto Bene.

Questa definizione getta una luce diversa sulla pigrizia e rende conto di quei comportamenti che, nonostante ne abbiano tutto l’aspetto, in realtà celano un desiderio sabotato da paura ed incertezza.

Quando osservo i miei gatti che dormono la quindicesima o sedicesima ora del giorno, ciò che vedo è un godimento in quell’inazione che, nella maggior parte delle cosiddette pigrizie, mie e altrui, non scorgo. Pigrizie al contrario inquiete e neganti, pigrizie che non vorrebbero esserlo, ma che non trovano l’uscita dal labirinto di ostacoli e pericoli che portano all’azione.

Ci sono formule passepartout che celano mondi a cui non si vuole o può far accedere: Non ho avuto tempo, ad esempio. O Sono stanco o Me ne sono dimenticato.

E’ che sono pigro/a, in molti casi, appartiene alla categoria.

Sono davvero rari i casi in cui queste formule corrispondono al vero e utilizzarle a sproposito, peraltro, produce lo spiacevole effetto secondario di inficiare le occasioni in cui vengono usate a ragion veduta.

Sono risposte che visualizzo come palle (niente di casuale, neppure qui) sferiche, lucide ed impenetrabili, offerte a chi domanda.

Parte del mio lavoro, così come di una buona amicizia, consiste nel tastarle con le mani in cerca di un’imperfezione; un punto cedevole da cui entrare per capire cosa si celi dietro quella risposta di gomma che fa rimbalzare la domanda. Nella maggioranza dei casi la materia è più morbida di quanto si creda e il punto di ingresso si trova con un semplice “Sicuro sia solo questo?”

Altre volte il rimbalzo è persistente, la chiusura è molto ben assicurata e la formula anti intrusioni resiste.

Sono i casi in cui le espressioni Sono stanco – Sono pigro – Non ho avuto tempo etc. vengono brandite come armi per tenere alla larga coloro che tentano di minare i preziosi territori di comfort.

D’altro canto non è detto che sia sempre bene infrangerli.

Talvolta, per tornare alla nostra pigrizia, siamo di fronte ad un motivo anche evoluzionisticamente fondato, di risparmio di energie. La pigrizia può essere imparentata con la scelta. In quel caso quella resistenza a fare qualcosa punta a destinare entusiasmo e motivazione a farne altre più in linea con i nostri destini e progetti di cui non si è ancora acquisita piena consapevolezza. Opponiamo resistenza a fare quella cosa perché non ci appartiene, non è sul nostro cammino, non la vogliamo fare. Anche in quel caso il nome giusto aiuta perché illumina come una torcia la strada e non ci fa perdere tempo. Quello che non abbiamo mai, quando non ci è chiaro cosa vogliamo.

Quasi mai quando siamo alle prese con un progetto che ci appassiona e in cui ci identifichiamo, sentiamo pigrizia.

“Un tempo aveva detestato il sonno. Gli sottraeva momenti di vita preziosi. Quattro ore di vita su ventiquattro significavano la sottrazione di quattro ore di vita. Che risentimento aveva nei confronti del sonno! Ora, invece, il risentimento lo provava nei confronti della vita.”*

Quando Martin Eden è alle prese con il sogno della sua vita detesta la notte che gli fa sprecare tempo prezioso, ma quando smarrisce la direzione non farebbe altro che dormire.

Ecco, ripensando a Martin Eden, lascerei il nome di pigrizia a quella dei gatti che si godono l’inazione, essa stessa vita e, per non confonderci, darei un altro nome a tutte le altre: quelle solubili nel senso di un progetto.

 

*London J., Martin Eden, 2016. Universale Economica “I Classici. Feltrinelli. Milano.