La linea della metro

24 Gen 20 | cose mie

LA DIFFERENZA TRA QUELLO CHE CERCHI E QUELLO CHE COSTRUISCI

Qualche tempo fa sono stata ad uno spettacolo di improvvisazione teatrale e la battuta che mi ha fatto più ridere è stata, a proposito dei tempi titanici dei lavori pubblici, “Qui la metropolitana non la costruiscono, la cercano”. Ho riso a lungo, di gusto e ci ho pensato anche nei giorni a venire.

Spesso l’ironia ha questo potere, farti fare viaggi lunghissimi a bordo di una risata.

Unire punti lontani di temi apparentemente slegati. Farti comparire un’idea, un’immagine che dà senso a qualcosa che è da tempo dentro di te ma non aveva ancora un simbolo, un nome, un contorno. E quando la trovi, esce da te; vive di vita propria, dando un po’ di senso alla tua; per lo meno nel frangente di quel sentire che ha avuto il suo battesimo con una risata.

Nei giorni a seguire ho pensato a tutte le volte in cui ho cercato la metropolitana invece che costruirmela.

Tutte quelle volte in cui ho pensato che la chiave di tutto esistesse già, si trattava solo di essere abbastanza fortunati, abili, strategici o intuitivi per cercare nel posto giusto.

Come se la felicità fosse questione di carotaggi fortuiti: il lavoro che soddisfa, una relazione che funziona, amici che ci sono, interessi che nutrono.

E poi scopri che esiste ben poco, se non quello che costruisci. La nuova linea della metropolitana non esiste ancora. Devi volerla, progettarla, desiderarla e crederci per tutto il tempo che serve, anche mentre si frappongono tutti quegli ostacoli che non avevi previsto: la mancanza di fondi, i cambi di governo, le proteste dei commercianti, i resti romani, lo sciopero degli operai. E ogni volta, per ogni difficoltà, non esistono bonus, ma solo concertazioni, trattative, attese, soluzioni più o meno provvisorie che infine consentono la ripresa dei lavori.

E la ruspa Caterina continua il suo percorso e progettando, scavando, costruendo e ottimizzando, quando ormai nemmeno ricordi cosa sia vivere senza lavori in corso, eccoti a smantellare le transenne e occuparti dei dettagli: la scala mobile, le insegne, le luci, i nomi delle stazioni, la festa di inaugurazione. E quello che era un tratto di città sommerso diventa una strada sotterranea che unisce velocemente posti lontani.

Non esisteva prima, ma ora c’è; l’hai costruito tu e ti fa viaggiare veloce.

Mi sono sentita ferita da metropolitane che si sono negate. Per tutte le volte che ho pensato di trovare un modo per viaggiare veloce a bordo del treno di qualcun altro e mi sono ritrovata in mezzo al nulla o in posti ignoti a chiedermi cosa ci stessi facendo lì. Situazioni, relazioni, lavori che non erano i miei. Mi sono arrabbiata con chi mi ha lasciata sola sul vagone perché andava da un’altra parte; la sua strada non era la mia. E dopo aver pianto, sbuffato, puntato i piedi ed essermi lamentata a lungo senza che servisse a niente (perché i treni degli altri ripartono e continuano la rotta anche se piangi, urli e pesti i piedi), ho steso di nuovo la mappa del mio progetto davanti a me. Inizialmente senza nemmeno ricordarmi in quale cassetto l’avessi stipato. A volte è rimasto sul treno che è ripartito e ho dovuto fare ancora un pezzo di strada non mia per andarmelo a riprendere.

E poi mi sono rimessa a progettare; con fatica e soddisfazione, a momenti alterni, ho scoperto che farla come volevo io, la metropolitana, faceva sentire anche più vivi che non salire su quella di altri. E sono ripartita, fino allo sciopero o reperto archeologico successivi.

E’ capitato anche che, nel bel mezzo dei lavori, io sia capitata ad uno spettacolo di attori dilettanti.

Qualcuno mi ha fatto ridere, tutto mi è sembrato chiaro, e i lavori in corso una specie di stato di grazia.