L’arte di conversare

12 Giu 21 | luoghi comuni

Qualche tempo fa, a tavola con i miei genitori e mio nipote, ho proposto di fare un po’ di conversazione.

Simone, 5 anni, mi ha chiesto “Cos’è”?” ed io, presa in contropiede, come dovessi spiegare cos’è l’acqua, mi sono ritrovata a dire che la conversazione è stare insieme raccontandosi delle storie a turno. Dopo averlo detto mi sono ritrovata a pensare che non era poi tanto male come definizione.

Tre concetti chiave: stare insieme, storie, reciprocità

Che poi sembra facile, oltre che bello, ma non sempre lo è.

Non lo è perché non sempre si sta insieme anche se si è insieme: talvolta non si ha pazienza o interesse di ascoltare oppure non si ha voglia di raccontarsi, scoprirsi, esporsi; si rimane così, apparentemente insieme, ma persi altrove, in una storia alla TV o in un video sul telefonino; si condivide uno spazio fisico, ma lo spazio mentale rimane privato e riservato.

La conversazione può essere un modo bellissimo per passare il tempo insieme, ma anche molto noioso se nessuno ha nulla da raccontare o se lo fa una persona sola occupando lo spazio di tutti.

C’è un’opera di René Magritte che si chiama l’arte della conversazione. Ci sono due persone vicine, i volti rivolti l’uno verso l’altro, sospesi, sulle nuvole. Ed effettivamente conversare porta lontano, estrania, allontana dalla realtà, ma non da sé stessi né dall’altro, un po’ come fa l’arte. Conversare è anche una danza che si fa a turno come lo definisce Annamaria Testa in questo bell’articolo uscito su Internazionale qualche tempo fa.

Conversare è un piccolo esercizio creativo di spontaneità.

Siamo disposti a lasciare spazio affinché l’esperienza e il pensiero dell’altro modifichi un po’ il nostro?

Modificare e lasciarsi modificare: accade ogni volta che ci si lascia trasportare dalla conversazione, pur non essendone il fine perché conversare è un’attività che non ha scopo: è l’arte di stare insieme per il piacere di scambiarsi emozioni, pensieri, convinzioni. Riesce bene solo se è essa stessa il proprio fine.

Facciamo fatica a farlo se abbiamo la testa piena di pensieri o se stiamo parlando per convincere qualcuno di qualcosa, ma se siamo disposti ad aprirci all’altro, a lasciarci contaminare dai suoi racconti probabilmente qualcosa di inaspettato potrà avvenire e ci ritroveremo in un luogo diverso da quello in cui eravamo quando abbiamo cominciato.

La maggior parte delle buone idee che ho avuto le ho avute conversando: ascoltando e raccontando qualcosa a qualcuno che mi ascoltava davvero.

Le cose dette a qualcuno non sono mai esattamente come le cose dette a noi stessi; la differenza è un po’ la stessa che esiste tra fare una valigia e partire o pensare di farla.

Nel momento in cui mandiamo in viaggio quello che vogliamo dire mettiamo in valigia quello che serve perché possa stare fuori. Fino a che ce lo teniamo per noi è un esercizio. Le parole, i pensieri, le idee rimangono sotto al nostro tetto. Non stanno andando da nessuna parte e per questo non sono equipaggiate per vivere in autonomia, fuori da noi. Ma se pensiamo che possano cavarsela anche senza il nostro monitoraggio sarà proprio allora che diciamo qualcosa agli altri e anche a noi stessi.

Ed è più facile prendere atto di qualcosa detto a qualcuno come lo è osservare qualcosa da un certa distanza e non rimanendoci dentro.

Conversare aiuta a relativizzare, ad osservare da lontano ciò che prima era un tutt’uno con la nostra persona. Qualcosa che per noi è così implicito da non dover nemmeno essere nominato per qualcun altro è un pianeta inesplorato. Un paesaggio così inusuale da fermarsi a scattare  una fotografia, mentre per chi ci abita tutti i giorni è un tutt’uno con lo sfondo.

Eppure conversare non è sempre facile o non è facile per tutti. Basti pensare al ruolo svolto dalla televisione nelle famiglie dagli anni 80 in poi o al tempo passato sugli smartphone ora. Un scappatoia dall’opportunità, ma anche dall’impegno di stare con gli altri, mente e corpo.

Conversare è saper dire: sono qui ora, con te. Si può conversare della propria vita, raccontarsi, ma conversare è forse, ancor di più, parlare di un argomento esterno, della propria opinione, pensiero, esperienza rispetto a qualcosa di terzo che ci posiziona nel mondo e che ci definisce indirettamente.

Conversare non è sfogarsi.

Se confondiamo le due cose ci perdiamo un’opportunità. Lo sfogo ha a che fare con il troppo pieno emotivo che ha bisogno di una destinazione, di una forma, di un contenimento.

Spesso lo sfogo non ha altri obiettivi che mantenere le cose esattamente come stanno, ripristinare un livello di normalità e ridare la capacità di portare avanti ciò che ha causato l’esasperazione. Lo sfogo ha un sacco di verità che hanno bisogno di essere condivise a voce alta. Non regge un contraddittorio, ha bisogno di riconoscimento, di visibilità, di approvazione.

La conversazione è il contrario.

Quando conversiamo davvero, mettiamo tra parentesi le nostre verità e facciamo spazio perchè altre ne possano arrivare. Nulla ha bisogno di essere presidiato: se rimane, doveva rimanere, se se ne va, è arrivato il tempo di un pensiero alternativo, di un’altra convinzione, di una nuova idea.