Nego dunque reggo.

15 Nov 20 | funzionamenti psicologici

Abbondano gli interventi di psicologi chiamati in causa per spiegare il fenomeno del negazionismo, così ho pensato di autoinvitarmi al dibattito dicendo anche io la mia.

Non mi ero personalmente imbattuta nel fenomeno fino a quando al mercato, un paio di settimane fa, l’ambulante che mi stava pesando il cavolfiore, commentava la scarsa affidabilità delle recenti notizie sulla pandemia, adducendone a prova, con la stessa presunzione di oggettività con cui la bilancia faceva in quel momento corrispondere un peso ad un prezzo, che le immagini dei mezzi militari a Bergamo fossero immagini di repertorio usate per manipolare il pubblico. Di fronte al mio sguardo incredulo e al mio timido “Io questo non lo credo” faceva un impercettibile sobbalzo da cui ho desunto che stesse realizzando di doversi armare di molta pazienza avendo di fronte un’irrecuperabile vittima del sistema. E così ha continuato a produrre evidenze a suo vantaggio a cui non ho controbattuto perché la dinamica, più che a un dibattito, assomigliava ad un tentativo di catechesi a cui mi sono faticosamente sottratta.

Me ne sono venuta via scuotendo la testa, eppure non è rimasto un caso isolato. Ho parlato con persone che mi hanno argomentato tesi complottiste e perfino mia madre, alla quale riconosco da sempre l’autorevolezza, del buon senso e della semplicità, mi ha stupito confessandomi di chiedersi se dietro a quanto sta avvenendo non ci sia un disegno di qualcuno o l’effetto di un danno irrecuperabile all’ambiente.

Queste tesi non mi convincono, ma penso anche che non tutto possa essere compreso mentre sta avvenendo, anzi, molto poco. E, se la tesi ambientalista, è un argomento che non mi vede preparata, ma sensibile (ne avevo parlato qui), i comportamenti di chi nega con fermezza il problema mi destano stupore, indignazione o rabbia a seconda dei casi. Eppure so che è una reazione possibile, spiegabile, che ha una logica.

Recentemente l’abbiamo vista anche nel presidente americano uscente che negava i numeri che lo vedevano perdente. Quando non ha potuto negare ha urlato al complotto. Dopodiché è andato a giocare a golf.

La negazione è una forma di contenimento dell’angoscia.

Quando la realtà non sta nel quadro, quello che sborda diventa altro.
Ad esempio un altro quadro che nega l’esistenza del primo, una rabbia forte contro la cornice che non riesce a contenere il quadro o l’indifferenza di chi, di fronte a quel quadro, non prova nulla.

Penso che la furia cieca per chi non indossa la mascherina e il negare che il problema esista, urlando al complotto, siano due facce della stessa medaglia.
Esprimono derive opposte di uno stesso problema.

Quando la mente non riesce a dare pensieri a ciò che prova possono succedere, semplificando un po’, tre cose.

  1. Un’apatia anomala: una specie di troppo pieno del sistema; come quando aggiorniamo il pc e c’è quella rotellina che gira e gira e sembra che non succeda nulla.
  2. La rabbia cieca che ha bisogno di una destinazione e di un colpevole.
  3. La negazione di chi, anche di fronte ad incontrovertibili prove a portata di mano in qualsiasi ospedale, obitorio o cimitero, afferma che il problema non esiste e invoca spiegazioni alternative che possono sfociare in paranoia o in generica rabbia.

Le combinazioni delle tre varianti sono parecchie, ma quando si esprimono nella loro forma più pura, in una delle tre versioni, possono dare origine a fenomeni così difficili da spiegare che il ricorso ad esperti della psiche umana diventa naturale.

Apatia, rabbia e negazione.
Reazioni comuni e, talvolta, come tutte le difese che proteggono il fortino della nostra integrità mentale, utili.

Diventano disadattive quando ci spingono su posizioni estreme isolandoci dagli altri e da noi stessi, impedendoci di integrare aspetti diversi e facendoci arroccare su posizioni dogmatiche che non possiamo abbandonare.

E’ pur vero che l’alternativa non è allettante.

Angoscia e tristezza non fanno gola a nessuno, ma, se tollerate, hanno il merito di rendere possibile guardare il quadro e agire di conseguenza.

Sono anche le uniche da cui passandoci in mezzo si possa sviluppare la pluriosannata resilienza: la capacità di adattarsi sviluppando competenze nuove dalle difficoltà. Nella pandemia come in tutte le situazioni di vita che sbordano.

Detto diversamente, prima che entrasse in voga la parola resilienza, Jung la spiegava così, “Ciò che neghi ti sottomette, ciò che accetti ti trasforma.”