“Non siamo noi che abbiamo fatto il cielo”

16 Mar 20 | funzionamenti psicologici, luoghi comuni

Nella poesia di Mariangela Gualtieri, circolata questa settimana in rete e che si può leggere qui, ho amato particolarmente il verso che dice “Non siamo noi che abbiamo fatto il cielo”.
Tra tutte le parole di questa straordinaria poesia, che ha il valore di aprire alla speranza senza omettere un duro realismo, questo passaggio è quello che mi fa distendere di più il respiro perché mi ricorda qualcosa che, come specie, siamo indotti a dimenticare.

Una dimenticanza non razionale ma viscerale, dettata da una congenita presunzione di specie che ha generato Leonardo ma anche la bomba atomica: per quanto potenti possano essere diventati i nostri mezzi tecnici e tecnologici non controlliamo noi le sorti di questo pianeta.

C’è un cielo che sta sopra di noi, un destino che ci comprende tutti: mari, uomini e pipistrelli.

In questo scenario, che relativizza la nostra presenza sotto al cielo e la declassa da padrona indiscussa a rotella nell’ingranaggio, penso stia ciò che rende quello che stiamo vivendo una grande opportunità.

Per due motivi: il primo è insegnarci a scegliere ciò che conta e il secondo allenare la fiducia.

Scegliere ciò che conta perché, se non l’abbiamo fatto noi il cielo, possiamo comunque concentrarci su ciò che vale di più. In questo senso ringrazio di essere cittadina di uno stato che, tra le mille approssimazioni e difetti, ha serrato le fila intorno al diritto alla cura per tutti e non cittadina di uno che ha nascosto le proprie paure e fragilità dietro ad una presunzione ammantata da un termine scientificamente intrigante, “immunità di gregge” che significa, nei fatti, che moltissime persone moriranno senza poter ricevere una cura adeguata.

La seconda opportunità è rappresentata dall’allenamento alla fiducia.

C’è una quiete irreale, tutto sembra uguale solo più lento, silenzioso e meno affollato. Eppure non è facile godere della tranquillità perché ad annebbiare la calma apparente c’è l’incertezza.
Quando finirà? Cosa succederà dopo? Quando troveranno un vaccino? 
Il non avere una prospettiva certa rende questa sospensione forzata difficile da sopportare. E in questo clima di precarietà e falsa quiete, c’è chi le risposte prova a fabbricarle anche tra le più catastrofiche.
Certo, non è difficile profetizzare tempi bui per l’economia; tempi fatti di serrande chiuse, persone senza stipendio, debiti, licenziamenti e altri complicati e dolorosissimi problemi, eppure penso che profetizzarli indugiando in immaginari distopici serva poco a fronteggiarli.

L’utilità psicologica che ne rende irresistibile la pratica è quella di darci un’illusoria percezione di controllo.

Come se profetizzare il peggiore degli scenari restituisse al profeta lo scettro del comando e fosse quindi più rassicurante che sostare nell’incertezza. Nell’immaginarci alle prese con il peggiore dei  the-day-after possibili siamo pur sempre dentro ad un esercizio di fantasia, ma è una fantasia che, giocando al ribasso, ci mette al riparo da ulteriori cadute.
Lo facciamo davanti all’incognita coronavirus come a tutte quelle ipotesi che ci spaventano a morte.
In questo penso che quanto ci stia capitando sia uno straordinario esercizio di fiducia.
Non intendo un generico pensiero positivo o negazione della gravità dei fatti, ma vivere il momento, avere consapevolezza di ciò che si può e non può fare, non indulgere in lamenti, guardare avanti e pensarsi come collettività e non come singolo. Fiducia che quello che stiamo facendo è quello che andava fatto e che i risultati hanno bisogno di tempo e lucidità.
Come attraversare un torrente, sai che devi arrivare dall’altra parte ma, mentre hai i piedi nell’acqua gelida e sassi aguzzi che puntano sotto le piante dei piedi viene da chiedersi se non fosse stato meglio stare sull’altra riva.

La fiducia è quel sentimento che mette a tacere i ripensamenti e ti spinge a proseguire. Non sai esattamente cosa c’è dall’altra parte, ma hai scelto di andarci e questo basta.

Avere fiducia non è una pratica facile, esige pazienza, non lasciarsi sopraffare dalle paure e deporre lo scettro del controllo che, per quanto di cartapesta, fa sentire meno esposti.

Sono soprattutto gli adulti a non saperla praticare e a perdere la concentrazione. I bambini che dipingono arcobaleni con la scritta andrà tutto bene lo fanno per ingenuità, ma anche perché ne sono naturalmente dotati e lo sono perché (e quando) hanno qualcuno che pensa a loro.
Non si sentono soli sotto al cielo che sanno di non aver fabbricato loro, ma che sono grati di avere.