Psicologia e/è politica

1 Feb 21 | luoghi comuni

Questo momento di crisi politica in cui si invoca il competente, il tecnico, che sappia plasmare il futuro in cui abiteremo una volta usciti dal pantano della pandemia, mi ha fatto riflettere sul binomio tecnica e politica e sulle loro analogie con i temi che mi sono cari, quelli del rapporto con sé stessi e con gli altri, quelli della psicologia e della psicoterapia.

Parecchi anni or sono mi sono occupata di orientamento alla scelta scolastica nelle scuole medie.

Si trattava di informare e soprattutto ragionare con i ragazzi in merito alla scelta della scuola superiore, con tutto l’immaginario che ne scaturiva in termini di futuro e lavoro. In una di queste occasioni il discorso prese una piega ardita e si stava cercando una definizione alla professione di politico, quando un ragazzino di 12 anni, con il candore e l’assenza di polemica di un dodicenne, ne diede una definizione che mi spiazzò per il suo inconsapevole cinismo: “Il politico è uno che parla molto e fa molti soldi”.
Mi allarmai per questa risposta che rappresentava una sintesi piuttosto impietosa della peggiore espressione dell’essere politico.
Sono passati un po’ di anni da allora, quel ragazzino oggi avrà circa 20 anni e non mi pare che la fama di cui godono i politici sia andata migliorando. Prova ne è che, più che un bravo politico, in tempi di crisi, invochiamo un competente, un tecnico, uno abbastanza serio da essere riuscito a diventare molto bravo in qualcosa, uno che persegue con passione il suo ambito di sapere, ci si è dedicato e possiede implicitamente e forse illusoriamente un tratto di onestà maggiore proprio per questa sua dedizione.

Ma mi chiedo quanto questa ricerca di tecnicismo non sia illusoria e ammetto che questo ciclico ricorrere a super uomini, super partes, mi tenta e irrita al tempo stesso.
Non penso che passione e competenza siano poca cosa, né che studi ed esperienza non contino, ma continuo a sentire la stessa preoccupata delusione che sentii di fronte a quel dodicenne.

Il fatto che da anni ormai siamo portati ad associare il politico al politicante, non rende meno necessaria la politica: l’arte di occuparsi di governare l’interesse pubblico, per rendere possibile la convivenza tra persone, interessi e bisogni diversi.

Che poi è lo stesso motivo per cui non ho mai realmente compreso l’astensionismo alle elezioni: non è che se non voti non verrai governato. Se l’intento è protestare, meglio sarebbe fare come nel Saggio sulla Lucidità di Saramago dove tutti vanno a votare, ma lasciano la scheda bianca.

Mentre questi temi così complicati, anche da pensare per una persona digiuna degli studi adatti, mi frullavano in testa e non passava la voglia di parlarne, mi sono ricordata che Umberto Galimberti esprime una critica fondata e allarmista nei confronti della tecnica e del tecnicismo e sono andata a risentirmelo:

La tecnica è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo. E in cosa consiste questa razionalità? Nel raggiungere il massimo degli scopi col minimo dei mezzi. […]
Se la tecnica diventa il canone universale per realizzare qualsiasi scopo, non è più uno strumento bensì il primo e pervasivo scopo di esistenza. […]
Cosa fa la tecnica? Elimina l’irrazionale, lo cancella. Vuole che l’uomo funzioni secondo criteri di efficienza e razionalità. Il resto è ridondante.

Ecco cosa non mi torna: noi siamo fatti anche di quella ridondanza, di quelle contraddizioni. Non siamo puro funzionamento ed è per questo che mi allarma la decadenza in cui è finita la considerazione del politico, inteso, più che come persona, come funzione : quella di tenere insieme aspetti diversi, alcuni dei quali tecnici ma molti altri, semplicemente umani.

Nei confronti delle istanze interiori che sfuggono al nostro controllo, come di quelle che popolano la nostra quotidianità, penso che dovremmo essere scettici nei confronti della religione del tecnicismo. Quella che fa corrispondere ad un problema, una soluzione, e getta dalla torre tutti quelli che non la fanno sembrare così semplice.

E se mi spingo ancora più in là e penso a tutta questa complicata questione come una metafora, allora penso che anche la psicologia può essere politica perché, per antitetico che possa sembrare, dal momento che la psicologia studia l’intimità, la soggettività e l’individualità delle persone mentre la politica ne studia il tratto pubblico, penso che possa essere politico tutto ciò che implica il prendere posizione e lo sviluppare un punto di vista critico nei confronti di se stessi e del mondo. 

Per stare in equilibrio occorre essere politici con sé stessi e con gli altri. Mediare istanze contrapposte, risolvere conflitti, perché la politica è l’arte di stare tra diversi così come diverse sono le istanze che ci animano: sicurezza e libertà, razionale e irrazionale, istinto e pensiero, natura e cultura, maschile e femminile, etc..

Hanna Arendt diceva che “Il senso della politica è la libertà“. Penso lo stesso a proposito della conoscenza di sé e dello sviluppo di quel senso critico nei confronti di sé stessi e del mondo che credo la psicologia debba e possa promuovere.