Quando il finale non finisce.

7 Set 20 | luoghi comuni, tv, cinema e psicologia

Amo le storie.

Ce ne sono alcune che si compiono come la famosa ciambella con il buco o un cerchio perfetto che chiude tutto ciò che apre.

Altre non spiegano e nel punto interrogativo lasciato aperto si immagina cosa succederà: i famosi finali aperti in cui uno ci proietta quello che vuole. Scelta che raramente gratifica perché ci sono libertà di cui non si sa che farsene.

Portati per mano fino ad un dato punto della narrazione generalmente non si prende bene l’essere lasciati soli di fronte al relativismo di un prisma di possibilità.

E sorge spontanea la rivendicazione di voler sapere dal narratore che ci ha portato fino a lì, che cosa volesse dirci. C’è speranza o non c’è? Sarà felice oppure no? Staranno insieme o vivranno lontani? È sogno o realtà?

Non è sufficiente sapere che è tutto relativo perché si tratta di finzione. C’è una verità nelle storie che viene presa molto sul serio.

E, a giudicare dalla quantità di risultati disponibili se cerchiamo le risposte sul web, sono in tanti quelli che non si rassegnano facilmente. Compresa la sottoscritta.

Le storie, in particolar modo quelle ben raccontate, ci scollegano dalla vita reale e il brusco ritorno al fatto che ne siamo al centro, anche quando non ne siamo noi i narratori, viene accolto normalmente con un po’ di inerzia.

La stessa che ci fa ritardare la discesa dal letto quando suona la sveglia o il ritorno alla routine dopo le vacanze. Una sottile resistenza si oppone al riprendere in mano il timone della barca e al corso delle cose che, naturalmente, proseguono mentre noi siamo immersi nella storia.

E, se già è difficile lasciar andare un racconto che ci ha coinvolto, ancor maggiore può essere l’amarezza se quella storia ci priva anche del suo finale chiedendoci di fare lo sforzo di darglielo noi.

Per quanto siano entrambi esercizi di fantasia, storia narrata e nostra supposizione, vedersi consegnati il testimone di completare i puntini di sospensione può generare disappunto.

La forza delle storie sta nel farci allontanare da noi facendoci immergere in un immaginario parallelo che ci fa viaggiare con la mente in mondi possibili, fantastici o realistici, presenti, passati o futuribili che parlano pur sempre di noi, ma in modo indiretto e mediato. Ed è confortante sapere che esiste un finale, una verità, un messaggio chiaro.

Il finale aperto ti chiede di rimetterti al centro della storia. Ti ricorda che è finzione e che in quella finzione il tuo contributo è imprescindibile. Ci si deve così alzare, almeno metaforicamente, dal divano o poltrona su cui si è sprofondato, poggiare il cesto di pop corn e dire la propria.

Abitare i puntini di sospensione venendo a patti con il fatto che sarà una verità relativa, ma che comunque non ne esiste altra.

Staranno insieme. Se per te è così: è così.

Era tutto un sogno. Ok, va bene.

Nessuno a dire giusto o sbagliato perché non c’è nessuno che lo sappia.

La bellezza di un finale aperto, soprattutto se arriva al momento giusto di una storia ben raccontata, è che nel momento in cui ti chiedi come andrà a finire, ti rendi conto che non è davvero quello che hai bisogno di capire.

Che in fondo come andrà non è davvero importante, perché quello che ti doveva dire te l’ha già detto e la domanda che ti ha fatto sorgere non riguarda tanto il cosa succede dopo ma il perché quella domanda è importante per te.

Ed è quella domanda che collega la storia alla tua vita.

Sto pensando a Lost in traslation, (il film che ho visto – solo – la scorsa settimana e che insieme all’ultimo racconto di Persone care ha dato vita a questo post). In quel caso non è un vero e proprio finale aperto, perché il come andrà a finire è piuttosto chiaro; quello che rimane sospeso è il perché racchiuso in una frase sussurrata dal personaggio interpretato da Bill Murray al personaggio interpretato da Scarlett Johansson. In quella scena la voce dei personaggi si abbassa fino a scomparire. E’ uno spazio privato dei protagonisti che si sottraggono alla narrazione e, a quanto pare, anche alla loro regista.

A ciascuno di noi decidere cosa lui le dica: ringraziamento, augurio, promessa, consiglio, dichiarazione, saluto?

E, nel momento in cui me lo chiedo, penso non sia importante in sé, ma perché sollecita la domanda che una storia non può esaurire.

Ed è questa la sfida a cui i finali aperti aprono: godersi il panorama che i puntini di sospensione offrono. Mettersi al centro della storia e avere la voglia e la curiosità di mettere insieme quello che verrà.

Con buona pace della risposta giusta che, come nella vita, non esiste.