Sulla soglia del Come stai

3 Ago 20 | luoghi comuni

Le frasi con il punto interrogativo al fondo presuppongono un’interazione.
La più usata è certamente “Come stai?”
Le ragioni della sua popolarità mi incuriosiscono perché non è mica una domanda facile.
La penso come Guido Ceronetti che la definiva «La più indiscreta, la più insolente, la più insoffribile delle domande, ma anche la più comune, la più poliglotta e la più persecutoria”.
Questo perché, a volerla prendere seriamente, come si fa a dire come stiamo in una sola parola o frase?
La risposta “Bene”, quand’anche sintesi coerente di quello che sentiamo, è comunque eloquente quanto rispondere “Un viaggio” alla domanda “Di cosa parla la Divina Commedia?”.
E’ insomma un compito così ambizioso che il significato che viene dato allo scambio verbale è diventato spesso pura cortesia svuotato del suo significato; questo soprattutto, mi dicono amici stranieri o che vivono all’estero, in Francia o in Inghilterra dove l’ipotesi di rispondere alla domanda “How are you” o “Comment ça va” è pura stravaganza data dal deliberato ignorare le più elementari convenzioni del vivere sociale.
Quando chiediamo Come stai, ciò che ci aspettiamo è una risposta dotata di quello specifico senso di sintesi che limita gli abissi e contiene i rischi (A domandarti come stai | si corre sempre qualche rischio | il rischio che risponderai | e questo sai non è previsto *).

E’ come ci fossero regole non scritte che presuppongono formule più o meno comuni che si servono, per smorzare la loro enigmaticità, di un ampio uso di pause, espressioni, sorrisi, smorfie, sguardi; ossia di tutto quel corredo comunicativo analogico e non digitale capace di dare profondità ad una parola o ad una frase che rimarrebbero, altrimenti, puri suoni.

La vera risposta a quella domanda appartiene al mondo della comunicazione non verbale, quella che non trova nelle parole il suo vero tramite.

Proprio per i tempi contati consentiti a chi risponde, le minime sfumature assumono grande significato. I tempi di risposta, lo sguardo mentre la si pronuncia, la presenza o assenza di locuzioni o avverbi, sono in grado di modificare completamente il senso della parola, suggerendo senza dire.

Bene con una pausa davanti, pausa e sospiro, un Bene! convinto, occhi negli occhi, senza esitazioni, un Bene con avverbio o locuzioni varie: Diciamo bene, Abbastanza bene, Bene, dai. Per non parlare dei diminutivi o degli accrescitivi, ironici, tondi o affaticati, Benino, Benone, Benissimo. Le sfumature di tempo: Ora bene, Ora meglio. Personalizzate sull’interlocutore: Ora che ti vedo, bene; Sono contento di poterti dire bene.
O, al contrario, Vorrei poterti dire Bene.
Ci sono poi tutti quei Bene che vengono giocati sulla sua assenza: Hai una domanda di riserva?, Veramente lo vuoi sapere?, Andrà meglio.

Il mio personale primo posto lo mantiene da anni la risposta di un collega che mi sfoderò un enigmatico mini-racconto “Va così bene che mi sono dovuto comprare le scarpe di un numero più piccolo per sentire qualcosa.” Ci misi qualche secondo a cogliere, ma, da allora, non smetto di sorriderne.

Nella difficoltà di rispondere abbiamo inventato infiniti modi per personalizzare e sostanziare la risposta rimanendo nelle 10 battute consentite dalle regole non scritte. La voglia di rimanere sinceri in spazi ristretti ci ha reso straordinari interpreti di risposte concise.

Quando la sincerità non è un’opzione un Bene senza orpelli è più che sufficiente. La porta chiusa si percepisce e il turno di parola torna in pochi secondi all’emittente dell’indiscreta domanda.

Eppure, sia nel caso che apra a trattazioni infinite che suoni come formula indistinguibile dal Ciao, è interessante rilevare che resiste.

Come se un saluto e basta, quello che veicola il messaggio: Vedo che sei qui, ti riconosco, non fosse sufficiente a rendere omaggio ad un incontro perché non gli dà la possibilità di diventare scambio, affacciandoci al mondo di chi ci sta di fronte, di cui possiamo intuire, supporre, immaginare cosa stia passando, ma di cui non sappiamo nulla se non quello che deciderà di raccontarci di sé.

E allora, così come la domanda può essere sincera o formale, anche la risposta può essere strada che si addentra o muro che rimbalza.

Quello che succede dopo appartiene allo scambio e alla natura di quella relazione.
E sulla soglia di quel rischio, come di tutti i rischi, si annida una possibilità per chi chiede, come per chi risponde.

 

*Sornione di D. Silvestri, N. Fabi © Universal Music Publishing Ricordi Srl.